11 luglio 2009: La Fraternità monastica ha festeggiato S. Benedetto abate, patrono d'Europa"

Omelia

S. BENEDETTO 2009

Evocando la figura di Benedetto da Norcia e dello stuolo di monaci che a lui si ispirano, si pensa spesso a personaggi solitari, taciturni, riservati, dediti alla preghiera e alla lode di Dio; si evocano immagini di uomini misteriosi che abitano antichi e vetusti monasteri, che conducono una vita sempre uguale, scandita da ritmi e da ritualità arcaiche. I monaci sono uomini di Dio, totalmente dediti al suo servizio, che si consumano in veglie e lunghe preghiere, amanti dello studio e della meditazione e proprio per queste immersi nel più alto silenzio. Ed è vero!
Un noto film di alcuni anni fa, che ha destato scalpore e meraviglia, ma altresì ammirazione e nostalgia, "il grande silenzio", girato nella grande certosa ai piedi del Grand Son a nord di Grenoble, in Francia, ha contribuito a consolidare questa immagine del monaco.
Pur essendo tutto questo, il monaco è anche l’uomo delle relazioni, è l’uomo dell’incontro, di più è l’uomo che sa trasformare ogni incontro in una esperienza pasquale.
Nella vita di S. Benedetto, padre e maestro dei monaci, di cui oggi solennemente celebriamo la memoria liturgica, ci imbattiamo in un episodio che, da questo punto di vista, è particolarmente emblematico e altamente significativo.
Narra, papa Gregorio Magno, autore della vita di S. Benedetto che una mattina di pasqua il Signore appare ad un sacerdote rivelandogli la presenza di un eremita, Benedetto appunto, che da alcuni anni vive in solitudine, in preghiera e in penitenza in una grotta nei pressi di Subiaco. Sempre rivolto al sacerdote, che si stava apprestando a festeggiare la santa pasqua con un lauto pranzo, il Signore lo invita a recarsi dal suo servo Benedetto e condividere con lui il suo pranzo, perché anche l’uomo di Dio potesse degnamente festeggiare la santa pasqua. Il buon prete, mette tutto il suo pranzo in un canestro e si mette alla ricerca dell’eremita. Dopo averlo finalmente trovata, gli si accosta dicendogli con gioia: "Benedetto, uomo di Dio, è il Signore che mi manda a te, perché oggi possiamo, insieme, festeggiare la santa pasqua". A queste parole S. Benedetto, che nel lungo tempo della sua solitudine aveva perso la cognizione del tempo, risponde dicendo: "Si certo oggi è pasqua perché ti ho incontrato". Il sacerdote di rimando incalza: "No è veramente il giorno della pasqua del Signore, mangiamo, facciamo festa perché oggi celebriamo il passaggio dalla morte alla vita del salvatore nostro Gesù Cristo". E Benedetto: "Si, fratello, oggi è veramente pasqua, perché ti ho incontrato".
Nel lungo tempo della sua solitudine, Benedetto ha compreso che ogni incontro è una esperienza pasquale, incontrare un uomo è un’esperienza che fa passare dalla morte alla vita, un’esperienza che fa risorgere.
Ecco perché Benedetto, e con lui ogni monaco è l’uomo dell’incontro, delle relazioni fraterne ed ospitali, l’uomo del reciproco vicendevole amore, uomo di Dio aperto e disponibile per ogni uomo.
L’uomo di Dio è anche l’uomo per l’uomo, ove l’uomo è amato e servito nella sua nuda umanità, proprio in quanto uomo.
E’ pasqua non perché ho incontrato Dio, e neppure perché in Te, attraverso di te ho incontrato Dio, ma solo e semplicemente, e forse paradossalmente, perché ho incontrato te, semplicemente e solamente te. Te: un mio simile, un fratello.
E questo incontro realizza la pasqua, è un passaggio dalla schiavitù che ci incatena al nostro ego, verso la libertà che solo la gioiosa accoglienza dell’alterità sa offrire; è un esodo dal mortifero ripiegamento esclusivo su di sé, verso il dispiegamento del proprio cuore alla molteplicità delle relazioni con i propri simili.
Il monaco sa di aver ricevuto per vocazione il compito di custodire, difendere, ampliare la scommessa, la sfida, l’ardua ed esaltante impresa dell’amore fraterno. A Lui il compito profetico di proclamare che l’amore è possibile, per lui la vocazione a fare del proprio cuore un porto sicuro per ogni naufrago, una casa ospitale per ogni pellegrino, un rifugio protetto per ogni esule, un nido caldo d’affetto per chiunque è smarrito, una porta aperta per chiunque, bussi.
Ed ogni volta è pasqua! Ad ogni incontro Cristo risorge, ad ogni incontro io passo dalla morte alla vita, come ricorda l’apostolo Giovanni: "noi siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli" (1 Gv 3,14).
E’ proprio per questa esperienza che ha fortemente segnato la vita di Benedetto, che il fondatore del monachesimo ha voluto dare, scrivendo la regola per i monaci, una così grande importanza all’ospitalità, impegnando i monaci di tutti i tempi non solo ad accogliersi tra loro fraternamente, ma a tessere una formidabile trama di accoglienza e di servizio ospitale ed amorevole, che lungo la storia ha trovato forme espressive sempre nuove e sempre adeguate.
Forse è proprio per questo che S. Benedetto a Montecassino ha voluto che la sua abitazione fosse vicino alla porta del monastero perché voleva essere lui, in prima persona ad accogliere ogni ospite che sopraggiungeva al monastero, ed ogni incontro era una pasqua, un incontro col Risorto, un passaggio dalla morte alla vita, dall’isolamento che è peccato, alla relazione che è grazia.
L’amicizia, l’affetto, che legava Gionata a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, fu un’esperienza pasquale, una ineffabile esplosione di amore e di carità che condusse Gionata, figlio del re Saul a considerarsi inferiore e servo di Davide ancora semplice scudiero, fino a desiderare di mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare quella dell’amico.
L’incontro di Gesù con Marta e Maria, che piangevano il fratello morto, fu un’esperienza pasquale, si che quella amicizia, quella commossa sintonia di sentimenti, quella profonda comunanza d’affetti riportò Lazzaro in vita.
Da quel giorno ogni incontro col fratello è un appello alla vita, è donare vita, è offrire speranza, è tergere lacrime di angoscia, è far sbocciare un sorriso, è ridare ragioni per continuare il cammino.
Come Benedetto ogni monaco è uno che ha "creduto e conosciuto l’amore" come ci ha ricordato l’apostolo Giovanni nella seconda lettura.
Tutti coloro che, seppur con fatica cercano di vivere da fratelli, e si incontrano nel nome del Signore, fanno si che Dio stesso sia in mezzo a loro, lo abbiamo cantato nel salmo responsoriale.
L’incontro fraterno tra uomo e uomo è la tenda di Dio, il santuario dell’altissimo che divine per ciò il Dio-con-noi, l’Emmanuele.
Ogni monaco è assetato di pasqua, e desidera fermare i propri piedi in questa tenda, in questo ineffabile santuario, nel giardino della vita. Ogni monaco, come Benedetto tiene gli occhi fissi all’alba del primo giorno della settimana, gli orecchi protesi ad ascoltare, attonito, quel grido che squarcia la notte: "E’ Risorto...non è qui!", e cerca i fratelli, e brama gli incontri.
Oh se il mondo fosse pieno di monaci!
Da terra di scontri, di tensioni e di violenze, da campo di indifferenza in cui reciprocamente ci si ignora, da valle di lacrime si muterebbe nel giardino della vita, in un irrefrenabile canto di gioia, perenne esplosione di una festa senza tramonto... ed ogni giorno sarebbe come il giorno di pasqua.


PARROCCHIA SAN FRANCESCO AL TERMINILLO, 2009